La sistematica ricerca di un colpevole

La ricerca del colpevole in ogni situazione umana è diventata, molto per (de)merito dei giornalisti, un imperativo.

Nel campo medico siamo passati, in pochi decenni, da uno stato d’intoccabilità del medico (inaccettabile) a uno stato di criminalizzazione sistematica (altrettanto inaccettabile) al verificarsi di qualsiasi incidente. E’ addirittura successo che un’equipe di medici sia stata incriminata perché non è riuscita a salvare un neonato privo di metà del cuore! Si è passati da un estremo all’altro, generando in tal modo sicuramente una visione distorta della realtà. Ma questa situazione è ormai diffusa in tutti i settori, Pensiamo che si è arrivati ad incriminare la commissione grandi rischi perché ha sottovalutato il rischio di terremoto all’Aquila. Un geniale magistrato (sicuramente un altro personaggio abituato, nella sua vita personale, a incolpare sempre gli altri e mai se stessi di ciò che accade) ha messo sotto processo dei tecnici che non hanno pensato a evacuare la città di fronte al susseguirsi di scosse. Possibile che non ci si renda conto di tale assurdità? Possibile che non ci si renda conto che, secondo tale principio, ogni città dovrebbe essere evacuata a ogni scossa? Se è un fatto accettato universalmente che la prima scossa (attualmente assolutamente imprevedibile), nel 98% dei casi è la più forte, come si può pensare di comportarsi diversamente da come è stato sempre fatto senza suscitare il caos continuamente?
Pensiamo ai casi di denuncia per mancata custodia quando un bambino o un anziano ha un incidente grave o mortale: qualcuno crede veramente che sia mancata custodia in ogni caso? Oppure è più giusto pensare al proprio percorso di vita e rammentarsi di quante volte potrebbe essere successo ai propri figli o ai genitori quello che, per fatalità è successo a qualcuno più sfortunato. Ho letto recentemente con sgomento il commento di un giornalista del Corriere della Sera che inneggiava al coraggio di una signora che aveva denunciato l’ospedale per la morte della mamma, alzatasi di notte per spegnere la luce della vicina, inciampando e morendo sul colpo. Secondo il giornalista, la signora, che era riuscita a far condannare l’ospedale a un risarcimento molto elevato, era da considerare una paladina della giustizia. Chi è in grado di poter controllare ogni movimento di un’altra persona, di un proprio caro o di una persona che gli è affidata? Quale maestra, ad esempio, può proteggere tutti i suoi alunni da una caduta fortuita, da una spinta di un altro bambino? Chi è in grado di prevenire ogni possibile disgrazia? Credo che chi (specie il giornalista che ha scritto l’articolo citato e ancor più il giudice che ha emesso la condanna) è pronto a condannare episodi dovuti solo alla fatalità, dovrebbe, in modo obiettivo, ripensare a mille episodi della propria vita: certamente ci penserebbe bene prima di affermare che, in caso d’incidente vi è stata una inevitabilmente negligenza. La giustizia è di condannare chi trascura il proprio compito, cosa ben diversa dal processare e punire ogni fatalità. Ormai, sono all’ordine del giorno processi per medici coinvolti nella morte di un paziente. Sono convinto, anche se non lo conosco, che quel giudice e quel giornalista, nella loro vita, sono di quelle persone che incolpano sempre agli altri e mai e se stessi. L’invito è di guardare se stessi prima di guardare gli altri e di diffidare di chi si straccia le vesti e si scandalizza: la maggior parte delle volte, nella realtà, costui ha più scheletri nell’armadio di chiunque altro.

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